Sulle rapide acque del Lago Maggiore

Da la Repubblica on line del 15 ottobre 2020

DI FEDERICO PACE*

Era la prima volta che arrivavo a Stresa. Ma non era per il centro rinomato che ero giunto fino a lì. Tutta quella strada l’avevo fatta per le acque rapide del Lago Maggiore dove finivo, quasi inconsapevolmente, per tornare più di frequente di quanto mi rendessi conto. Mi piaceva arrivarci da punti diversi, scendendo, verso i suoi orli luminosi, ogni volta da una stradina mai percorsa prima in un paese in cui arrivavo per la prima volta. Mi piaceva guardarlo dalla terrazza di una casa in cui non ero mai stato, come si fa con qualcuno a cui tieni molto e per cui ti sorprendi a provare una inattesa tenerezza quando lo osservi da lontano.

Le luci, le acque. La fretta e la calma che il Lago Maggiore mostrava ogni volta. Era una fascinazione che sembrava rinnovarsi continuamente, svelando sempre, dai diversi punti da cui arrivavo, una gradazione, più acuta o più lieve, di quella stessa sorprendente bellezza. I mattini lucenti, le sere dorate. Il giro dei venti. La Tramontana che la notte spingeva da nord e passava davanti alle finestre, alle piccole luci, alle piazze deserte, al silenzio delle camere dove qualcuno si addormentava a fatica. L’Inverna che di giorno soffiava da sud e carezzava più dolcemente le acque, e passava a guardare i ragazzi e le ragazze tuffarsi dalle rocce, sfiorava le vele delle barche e il viso delle donne che si affacciavano a una finestra. I ricordi. Le ragioni che ancora non conoscevo di quell’attrazione così forte per quel lago. La calma e l’inarrivabile brezza.

Intorno al lago, giravano alberate le coste e più su, verso le pendici dei monti, lussureggiava una vegetazione abbondante. Lo sguardo andava verso Laveno, sopra le minute case, sopra le terrazze pensili, sopra le finestre che si aprivano tra l’azzurro, infinito e antico, che rimandava al mare. Andava verso le linee ascendenti e discendenti della sagoma imponente del Sasso del Ferro.

L’imbarcazione saliva e scendeva come un ciondolo per aria. Poi gli addetti tirarono indietro la passerella e ci staccammo dal porticciolo. Ci lasciammo dietro le isole Borromee con i giardini italiani, le ville maestose, lo sfarzo e il sogno. Superammo con lo sguardo pure l’isola dei Pescatori così intima e selvatica. Le piccole case. Il vento forte. Eravamo a cavallo dei sedili azzurri e sentivamo sotto di noi i sobbalzi della motonave. La brezza. Le balaustre bianche. I capelli rossi ondulati agitati dal vento che coprivano il viso della donna che aveva scelto di avvicinarsi il più possibile alla prua e aveva finito per sembrare una sirena, per prendere quasi le sembianze di una polena meravigliosa di un veliero. Le cime dei monti sembravano assumere il colore delle acque del lago.

Davanti e tutto intorno, era un moltiplicarsi di ripe e di destini. Il Pellicano, la motonave non più lunga di una ventina di metri, sembrava quasi indeciso. Sotto di noi c’era una profondità precipitosa. Oltre duecento metri, e anche più. In alcuni punti le acque sprofondano per quasi quattrocento metri. Il sole, per qualche minuto, approfittò dello spazio che s’era aperto tra le nuvole e sfiorò i volti di tre sorelline con i capelli biondi tenuti legati, ciascuna da un laccio di un colore diverso. Le bambine spingevano il proprio corpicino contro la fiancata della motonave verso la costa del Piemonte, da lì da dove eravamo partiti, e lasciavano le braccia pendere fuori. L’abbandono, la brezza, il pensiero lieve, l’immaginazione. Le bambine si allungavano quasi a cercare di toccare l’acqua e sembrava che potessero quasi scivolare fuori dall’imbarcazione. Anche su una barca, forse soprattutto su una barca, ci si accorge di quanto sia labile il confine tra la gioia e il timore. Tra la felicità e la paura.

La motonave cominciò ad andare più decisamente verso sud. Quasi sospinta dalle correnti del Ticino e della Toce. Nulla sul lago era immobile. Nulla si fermava mai. Nulla restava nello stesso spazio. Le onde che si agitavano e poi tornavano a placarsi. Il continuo fremere e mutare. Il lago, sotto i nostri occhi, cambiava le sue acque, eppure rimaneva sempre uguale e sempre inafferrabile. Correvano i fiumi che lo alimentavano, correvano rapidissimi. Come in nessun altro lago. Era quello ad affascinarci? Questa sua freschezza ebbra? Questo unico ricambio di acque continuo a sedurci come ci seduce chi sa offrirci sempre un’espressione diversa pur mantenendo la familiarità del volto? C’erano laghi che ricambiavano le loro acque in cent’anni. Si prendevano un tempo infinito e quasi mai sembravano capaci di un incanto, di un’ebbrezza. Altri ne impiegavano meno, forse venti, forse poco più. Nessuno però riusciva a mutare con la stessa fretta urgente del Lago Maggiore. Solo quattro anni. Non era solo un lago, ma qualcosa di più. Qualcosa che aveva dentro di sé un’urgenza, una fretta, una meraviglia che non si riusciva a trovare in alcuna altra parte.

D’improvviso dei venti fortissimi arrivarono da nord. Precipitosi e rabbiosi. Il Mergozzo, il Cuss, il Maggiore. Rapido fu lo scambio di imponenti masse d’aria. La snellezza della motonave divenne fragilità e precarietà. La donna con i suoi capelli rossi ondulati non perse però la tranquillità con cui si era sospinta verso la prua, a stare in piedi, più avanti di tutti, come una sirena, come una polena, come qualcosa di meraviglioso che ci avrebbe protetto, e la vedemmo restare lì, nello stesso punto in cui si era protesa all’inizio del viaggio.

Da lontano si intravide l’approdo, la bassa lingua di terra. Il verde. E la roccia denudata in un punto, come se un morso di un gigante ne avesse portato via un brandello. Una cava, una ferita. Fu così che si cominciarono a intravedere gli edifici dell’eremo di Santa Caterina del Sasso. La motonave avanzava ora meno irrequieta, le bambine tornarono a girare intorno. La donna dai capelli rossi e ondulati si voltò per un attimo, lasciandoci vedere infine il volto. D’intorno, si moltiplicavano le vette. Il sole rischiarava un poco. Poi il battello si avvicinò ancora e svelò l’eremo. Inspiegabile e misterioso, cresceva dalla roccia sul limitare del lago. Come un albero che sta con il tronco attaccato alle rocce e di traverso sale verso il cielo. La Natura che si trasformava d’improvviso in edificio. Sporgenza, approdo, come una maestosa polena di una nave immensa. Una torre che si sporgeva dalla terra denudata, quasi per venirci incontro, sfiorarci, toccarci con il muso.

*Federico Pace è autore di “Passaggi segreti “ (Laterza).
Questo testo è in parte tratto dal libro.